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Uscire dall'euro si puo'

(Documento controllato e approvato dal Prof. Alberto Bagnai, Univ. di Pescara)

Premessa

È evidente a tutti che l’Euro è antidemocratico ed economicamente insostenibile e che bisogna recuperare una moneta sovrana.[1] Prima però bisogna aver chiari alcuni concetti. Il debito pubblico c’entra ben poco con la crisi (tant’è che la UE fece entrare il nostro e altri Paesi che avevano tutti un debito molto superiore alla soglia sancita dal trattato di Maastricht), anzi il debito è indispensabile per l’economia di un Paese, altrimenti il credito non potrebbe esistere. L’intero capitalismo si fonda sul debito pubblico. La realtà è che i mercati (grandi banche e investitori esteri) si preoccupano adesso del debito pubblico italiano (che supera le soglie già da decenni) perché ne hanno acquistato un bel po’.[2] Nell’economia di un Paese i soldi entrano se si vende qualcosa all’estero (esportazioni) o se dall’estero s’investono capitali (importazioni). Ma per ogni debitore c’è un creditore e nessun Paese s’identifica solo nel suo debito pubblico, esiste anche un debito privato (che è quello che aumenta quando c’è crisi) e la somma dei due saldi deve essere pari a zero. Quando c’è un aumento del debito pubblico, c’è un aumento di ricchezza nel settore del privato, che così accumula risparmi. La spesa pubblica significa reddito privato. L’Euro causa problemi di competitività e oggi chi si sta indebitando con l’estero è il settore privato, mentre il settore pubblico sta invece riducendo il suo deficit. Quindi sono le difficoltà economiche del privato a causare l’indebitamento italiano con l’estero, e l’aumento delle tasse riduce il deficit pubblico ma aumenta quello privato, in una spirale senza fine, aggravata dalla continua svendita di beni all’estero.[3]

 

La valuta forte non aiuta a competere, anzi. Se il cambio è sopravvalutato, deprime le esportazioni e danneggia il settore produttivo, quello privato, inducendo un debito sì, ma privato. Infatti la Svizzera, la cui moneta si apprezzata del 34% negli ultimi cinque anni, ora sta dissuadendo i Paesi europei dall’investire là.[4] Inoltre il cambio fisso della moneta unica, non permettendo più svalutazioni (che sono sempre state ottimi sistemi per rimettersi in gioco: non basta basarsi sulla domanda per poter vendere, a volte è necessario abbassare i prezzi) ha creato problemi ai Paesi più deboli. È dal 1999 che l’Europa mediterranea (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia e, anche se al nord, Irlanda) s’indebita con i Paesi anglosassoni, i quali hanno contato sul cambio fisso e l’impossibilità di svalutare per arrivare a strozzare le economie di quei Paesi. Il cambio fisso della moneta e l’impossibilità di svalutare stanno distruggendo l’economia italiana. Le dittature finanziarie anglosassoni sottraggono capitali a Paesi già in difficoltà (capitali di cui avrebbero bisogno per finanziare la loro ripresa) facendo esplodere i loro tassi d’interesse (aumento dello spread). Quando invece la svalutazione consentirebbe di consumare più beni interni favorendo la ripresa economica locale. Ecco perché è stata inventata la moneta unica da parte della UE, ovvero del “Quarto Reich” tedesco con il sostegno inglese (al Reich appartengono anche Belgio, Olanda e Lussemburgo, satelliti della Germania). La flessibilità dei cambi favoriva la crescita bilanciata dei Paesi: ora invece prospera solamente il nord e chi è fuori dall’euro, gli altri non possono più crescere. L’Unione Europea è stata un immeritato regalo alla Germania riunificata, che invece avrebbe dovuto continuare a subire le conseguenze della catastrofe da lei provocata nel conflitto mondiale. Ecco perché la UE è in realtà un Reich nazista.

L’Euro non è mai stato considerato un’alternativa credibile al dollaro.[5] Non si dimentichi che Prodi ci ha trascinati nell’Euro sostenendo che fosse il mezzo per attuare un blocco competitivo agli Stati Uniti. Invece, la stessa Commissione europea ha ammesso il collasso dell’euro denunciando che tra dieci anni lo standard di vita europeo sarà del 40% inferiore a quello americano e si tornerà indietro di 50 anni rispetto agli Stati Uniti che resteranno signori della moneta.[6] L’Euro è una cattiva idea e non può durare, come affermavano già nel 2002 molti economisti statunitensi,[7] in linea con quanto dichiarato da Christopher Pissarides, Premio Nobel per l’Economia 2010: “L’Euro ha creato una generazione perduta di disoccupati senza futuro. Questo non è quello che i ‘padri fondatori’ dell’Euro hanno promesso. È chiaro che è un sistema fallito e insostenibile”. Un altro Premio Nobel per l’Economia, l’editorialista del New York Times, Paul Krugman, scrive: “Quello che è successo è che, adottando l’Euro, l’Italia si è ridotta allo stato delle nazioni del Terzo Mondo che devono prendere in prestito una moneta straniera”.[8]

Si rende dunque necessaria al più presto l’uscita dall’euro con conversione immediata in Lira, naturalmente con un buon sistema economico, pilotato nell’interesse del popolo (cittadini privati e aziende). Può seguirne una fase di svalutazione iniziale, ma si è visto che sarebbe benefica per far ripartire l’economia interna. Secondo alcuni, la Lira si potrebbe addirittura sopravvalutare fin dall’inizio, con conseguente piena occupazione e investimenti all’estero (tanto, il petrolio – che non supera comunque il 2% della spesa pubblica – si compera con qualsiasi valuta). Deprezzandosi l’Euro e apprezzandosi la Lira, il privato comincerebbe di nuovo a risparmiare.[9]

Oggi la nostra moneta è del tutto nelle mani di grandi gruppi finanziari e di potenze straniere che, con l’indebitamento, ci ha reso dipendenti, tenendoci in scacco.[10] Rothschild ha detto: “Datemi il potere di stampare moneta e io controllerò tutte le variabili politiche”. Infatti, sono i Rothschild, i Goldman-Sachs e altri grandi banchieri oggi a governare l’Italia (Monti è colpevole di un grandissimo indebitamento dell’Italia verso l’estero e di averla assoggettata a potenze straniere, attraverso un regime oligarchico subordinato a gruppi di potere transnazionali) e noi abbiamo perso anche la sovranità politica, oltre che economica.[11] Lo Stato dovrà dunque svincolarsi dai poteri stranieri e ritornare indipendente, vicino alla gente, in una ritrovata dimensione nazionale: solo così il popolo potrà tornare ad essere sovrano. Dobbiamo toglierci dal ricatto e collegarci a quei Paesi che hanno rifiutato il debito e si sono in breve tempo ripresi economicamente.[12]

 

Come si è arrivati a questo

Una regola economica dice che quando i finanziamenti privati vengono a mancare, intervengono le Banche centrali con finanziamenti pubblici. Con la moneta unica, però, questi finanziamenti non vengono dalle riserve delle Banche centrali nazionali, ma da loro indebitamenti verso la BCE (nel quadro di compensazione degli scambi internazionali Target 2).[13] Si è visto infatti che i Paesi del Nord Europa, drogando con il credito facile la crescita dei Paesi del Sud, hanno spinto al rialzo l’inflazione di questi ultimi.[14] Nel 1996, Dornbusch aveva avvertito che l’Euro avrebbe condannato l’Europa alla recessione e alla disoccupazione, mettendo alle corde in particolare l’Italia (c’era Prodi allora al governo, che se ne infischiava altamente);[15] e Feldstein, l’anno seguente, aveva criticato l’assenza di procedure formali di uscita dalla Eurozona;[16] e ancora Krugman aveva scritto nel 1998 che l’Euro era stato fatto per rendere felice soltanto la Germania e le sue aspettative di egemonia.[17] Ma i problemi causati dalla cessione di sovranità erano ben chiari anche a Wynne Godley già nel 1992, quando scriveva che: “L’incredibile lacuna nel programma di Maastricht è che, mentre prevede una banca centrale, non contiene alcun piano per un governo centrale”. Concetto già espresso da Nicholas Kaldor, che nel 1971 ammoniva che: “È un errore pericoloso credere che l’unione monetaria possa precedere un’unione politica[18]. Conclusione: il disastro economico attuale era stato ampiamente previsto e descritto nei minimi dettagli da molti tra i più autorevoli economisti del dopoguerra.[19] I politici hanno voluto l’Euro, gli economisti erano scettici o contrari. Che l’unione monetaria ci faccia bene poiché aumenta l’interscambio commerciale è una menzogna.[20] È terrorismo psicologico, come quello del presidente Monti che il 5 agosto 2012 invitava i parlamenti a lasciar mano libera ai governi, poiché: “Se i governi si facessero vincolare del tutto dalle decisioni dei loro parlamenti, […] una disintegrazione dell’Europa sarebbe più probabile di un’integrazione” (riportato da Il Fatto Quotidiano). Ecco l’oligarchia finanziaria imperante in Europa che relega in secondo piano il parlamento, vale a dire il popolo!

Del resto, lo stesso Monti aveva ammesso l’antidemocraticità dell’Euro nel suo noto intervento del 22 febbraio 2011 al convegno “Finanza: comportamenti, regole, istituzioni” all’Università LUISS di Roma, quando sostenne che l’Europa ha bisogno di gravi crisi per fare passi avanti, e che per definizione i passi avanti sono cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. Aggiungendo che i cittadini saranno: “Pronti a queste cessioni solo quando il costo politico psicologico del non farle diventa superiore al costo del non farle, perché c’è una crisi in atto visibile, conclamata”. Dieci anni prima (4 dicembre 2001) Romano Prodi aveva espresso, sul “Financial Times” concetti simili mentre era presidente della Commissione europea: “Sono sicuro che l’Euro ci costringerà a introdurre un nuovo insieme di strumenti di politica economica. Proporli adesso è politicamente impossibile. Ma un bel giorno ci sarà una crisi e si creeranno i nuovi strumenti.

Monti, Prodi, Draghi, Letta… soltanto alcuni dei molti congiurati di un disegno di oligarchia finanziaria e speculativa transnazionale, ai danni dei popoli europei. L’antidemocraticità dell’Euro è stata ammessa anche dall’economista Jacques Attali (tra i fondatori della UE), che il 24 gennaio 2011 dichiarò: “[…] Abbiamo accuratamente dimenticato di scrivere l’articolo che prevedesse l’uscita dall’Euro.” Tale è la sfacciataggine di chi porta avanti la congiura, sicuro del proprio arrogante potere.

Quindi, il tanto decantato debito pubblico c’entra ben poco nella genesi della crisi: è solo l’ultima conseguenza di una catena di eventi attivati dalla gestione criminosa della finanza privata, con il placido avallo delle classi politiche.[21] Il debito estero non è di per sé un male, ma il suo accumulo è il primo segnale di fragilità finanziaria di quel Paese. La crisi di finanza pubblica ha la sua radice in una crisi della finanza privata, causata dall’accumulo di debito estero (debito privato che si trasforma in debito pubblico). Lo studio condotto da Paolo Manasse e Nouriel Roubini nel 2005 ha dimostrato che una crisi si scatena quando il debito estero supera la soglia del 55% del PIL: Grecia e Portogallo lo superarono nel 2002, la Spagna nel 2004. Perché nessuno se ne occupò allora? Si tratta di uno studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale.[22]

Il motivo è che l’economia è stata sostituita dalla finanza e, come insegnava lo stesso Keynes, quando l’economia è basata sulla borsa, ai mercati non interessa prevedere i migliori investimenti a lungo termine, ma guadagnare il più possibile anticipando gli altri investitori, e del dividendo futuro non importa a nessuno. Questo, negli ultimi trent’anni, ha rovinato il sistema e prosciugato le tasche di noi Cittadini.[23] Il resto è storia: il fallimento della finanza privata ha costretto i Paesi del Nord a salvare le loro grandi banche erogando aiuti per 1240 miliardi di euro tra il settembre 2008 e l dicembre 2010 (quattro volte il debito pubblico greco). Gli immensi crediti accumulati dalla Germania sono stati in buona parte reinvestiti nel mercato dei subprime, con grande avventatezza. Poi si è voluto colpire la Grecia per educare gli altri quattro Paesi, secondo una logica politica e non certo economica.[24] Ma il vero costo della politica sono le decisioni sbagliate, e ci si riferisce qui a quella di Prodi di farci entrare nell’Euro, prostrando così l’Italia, con costi ben superiori a quelli già elevati causati dalla corruzione. Scrive Bagnai: “Non esiste punizione abbastanza severa per chi sperpera il denaro pubblico. Ma per chi ha messo in ginocchio il proprio Paese prendendo una decisione assurda, contraria all’avviso dei massimi economisti mondiali, e dagli esiti facilmente prevedibili, che cosa proponete? [25]

Storicamente, la congiura in Italia fu avviata dal ministro Beniamino Andreatta con l’asta dei Bot del luglio 1981, principio di un nuovo regime di politica monetaria che inaugurava il ‘divorzio’ tra Tesoro e Banca d’Italia esentando questa dal garantire in asta il collocamento integrale dei titoli offerti da quello. In questa operazione c’è già tutta la filosofia dell’euro, dal moralismo (solo soffrendo si merita il risultato) al paternalismo (le élite fanno la cosa giusta). Prima, infatti, se il mercato non voleva i titoli al prezzo fissato dal Tesoro, la Banca d’Italia li acquistava immettendo soldi nel sistema (debito a costo zero). Dopo il divorzio sono stati i mercati a decidere le condizioni di finanziamento, non più l’Italia. Difendere il cambio favorendo, tramite alti tassi d’interesse, l’afflusso di capitali (indebitamento con l’estero) arricchisce i privati ma manda a pezzi il Paese.[26] Con la complicità poi del Trattato di Maastricht, l’irrigidimento del cambio ha determinato il crollo delle esportazioni e l’aumento delle importazioni, favorendo anche l’aumento della disoccupazione e dell’inflazione.

 

Strategie di salvezza

La moneta europea è l’episodio culminante di un attacco ai diritti dei lavoratori sferrato in Italia fin dall’inizio degli anni Ottanta, in sincronia con altri Paesi occidentali. I due elementi portanti dell’attacco sono stati: la rigidità del cambio (prima Sme, poi Euro) e la liberalizzazione dei mercati, prima interno poi internazionali. Il tutto attraverso colpi di mano, dal 1981, antidemocratici, affermazioni fasulle, e un fondamentalismo speculativo di mercato. Il debito pubblico e la disoccupazione decollano, infatti, già nel 1981. Negli anni Ottanta e Novanta, i profitti delle imprese americane non sono serviti ad acquistare capitale produttivo, ma hanno finanziato speculazioni, fusioni, acquisizioni (economia delle bolle). Lo smantellamento delle pensioni e l’azzeramento del debito pubblico sono serviti a finanziare le bolle speculative in mano ai privati e non più controllate dal pubblico. In Europa, il neomercantilismo tedesco (sterile strategia di crescita basata sulle esportazioni) ha strozzato l’economia degli altri Paesi. Tale è la strategia aggressiva della Germania, attraverso l’imposizione dell’austerità fiscale agli altri Paesi, costretti a sposare la logica mercantilistica, dalla quale non possono che uscirne sconfitti. Il Fiscal Compact voluto dalla UE (Germania) mira, attraverso l’austerità, al pareggio dei conti pubblici, quando invece per uscire dalla crisi bisogna pareggiare il debito estero. Un circolo vizioso, mortale per noi. E la crisi era necessaria, voluta, affinché il debito pubblico esplodesse.[27]

Sarebbe dovere morale e civile di ogni Italiano opporsi al simbolo (l’Euro) di un regime che ha fatto della crisi economica un metodo di governo. Opporsi all’Euro è oggi l’unico segnale di dissenso per il popolo italiano verso l’attuale oligarchia di regime, e l’indipendenza della Banca d’Italia è incompatibile con la democrazia.

Secondo Paolo Barnard, la nostra rovina economica sta facendo gli interessi dell’industria neomercantile tedesca, degli speculatori della city di Londra e dei ‘rentiers’ che vivono delle privatizzazioni selvagge (aziende e beni statali svenduti).

Bisogna pertanto che al modello di sviluppo mercantilistico basato sulla domanda estera, si sostituisca un modello basato sulla domanda interna, nel quale lo Stato recuperi il suo ruolo di governo dell’economia, la piena disponibilità della politica fiscale. A cominciare dall’annullare il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia e dal riappropriarsi lo Stato della Banca d’Italia stessa, oggi quasi del tutto privatizzata. Esercitando il diritto di finanziare con moneta il proprio fabbisogno, in grado di arginare l’esplosione del debito estero guidato dalla logica delle bolle, anche con un maggior controllo sui movimenti dei capitali, reso impossibile dalla deregulation finanziaria.[28]

Si tratta di ricostruire un nuovo paradigma che vanifichi gli ultimi trent’anni, riassumibile in quattro punti:

  • Uscire dall’euro.
  • Fare della Banca centrale uno strumento del potere esecutivo dello Stato.
  • Riprendere il pieno controllo della politica fiscale.
  • Adottare una politica di scambi esteri senza più squilibri nella bilancia dei pagamenti.

Il primo punto (sovranità monetaria) implica che la nuova Lira porterebbe a un’iniziale svalutazione, necessaria per difendersi da shock esterni (crisi o politiche di aggressione commerciale) e per far ripartire la produttività interna. Strategicamente implica:

  • Il rifiuto del dogma dell’indipendenza della Banca centrale e quindi dell’art. 104 del Trattato di Maastricht, a difesa della nostra Costituzione.
  • La revisione della riforma bancaria del 1994 che ristabilisca la separazione delle funzioni tra banca commerciale e banca di affari, sancita in Italia dalla legge bancaria del 1936.
  • La reintroduzione per le banche dell’obbligo di acquistare titoli di Stato fino a una certa quota del loro attivo (norma abrogata nel 1983, “Grazie anche all’incessante pressione da parte di Monti[29]).

La ripresa del controllo della politica fiscale implica, nel breve periodo, la stimolazione dell’economia per rilanciare l’occupazione attraverso:

  • La riqualificazione del patrimonio pubblico (edilizia scolastica, patrimonio artistico culturale e archeologico, lo sviluppo di un turismo mondiale…).
  • La messa in sicurezza del territorio (viabilità, infrastrutture, gestione idrogeologica…)
  • La riqualificazione degli organici della pubblica amministrazione (precariato…).

Nel medio e lungo periodo si dovrà favorire la crescita e la competitività del Paese:

  • Definendo un piano energetico nazionale, che contenga gli sprechi e che incentivi le energie rinnovabili.
  • Adeguando gli investimenti nell’istruzione e ricerca, rifondando l’Italia sulla cultura.
  • Sviluppando tecnologie digitali.
  • Adeguando la rete infrastrutturale di trasporto.
  • Promuovendo la ristrutturazione della pubblica amministrazione: abbattimento dei costi della politica, lotta alla corruzione…[30]
  • Incentivando lo sviluppo del ‘piccolo’, attraverso le più ampie autonomie locali (comuni, borghi, piccole e medie imprese, artigiani, commercianti, enogastronomia locale, tradizioni, cultura, spettacolo, arte…) che promuovano se stesse nel mondo (posti di lavoro e ricchezza dall’estero) e rilancio e protezione del ‘made in Italy’.[31]

 

Uscita dall’Euro

Premesso che la Convenzione di Vienna accorda a uno Stato sovrano il diritto di recedere da un trattato, qualora intervenga un sostanziale cambiamento dei presupposti o renda insostenibile la situazione del Paese,[32] e che ci sono tutte le basi legali per disapplicare i trattati, come sostiene Alberto Bagnai,[33] è da ricordare che non necessariamente si rischierebbe la bancarotta uscendo dall’Euro, anzi.

La svalutazione della moneta influenza il potere di acquisto sui mercati internazionali, non su quello interno. Pertanto stimola la produttività interna ed è un fattore positivo, mentre una iperinflazione potrebbe distruggere la nostra ricchezza.

Dall’introduzione della nuova Lira ci si può attendere invece un’inflazione iniziale stimata tra il 10 e il 20%, secondo Bootle[34], Sapir[35], per assestarsi tra il 5 e il 7% secondo Bagnai, se non si mettessero in atto misure di contenimento che facessero ripartire l’economia e il reddito.[36]

Per contenere l’inflazione, si dovrebbero contenere i prezzi:

  • Monitorando i margini della grande distribuzione
  • Riducendo le accise sui carburanti
  • Incentivando le filiere commerciali corte e i produttori locali
  • Promuovendo le esportazioni
  • Rinnovando i contratti e indicizzando i salari.

La ritrovata sovranità monetaria, con una Banca centrale che può tornare a finanziare il tesoro, l’inflazione verrebbe ancor meglio contenuta.[37] Inoltre, il cambio fluttuante derivante dall’introduzione della nuova Lira aumenterebbe la produttività del lavoro.[38] Così come la ritrovata sovranità popolare e nazionale limiterebbe molto la corruzione, alimentata invece in questi anni dalla de-regolazione, dai mancati controlli, dall’aver favorito l’iniziativa privata. Si dovrà impedire che società di capitali, private, gestiscano pubblici servizi; si dovranno controllare gli atti che comportano una spesa; far rispettare le regole anche attraverso sanzioni pesanti (restituzione del denaro sottratto, aumentato del 500% o confisca dei beni di tutta la famiglia, anni di carcere duro). La privatizzazione stimolata dalla UE ha favorito la corruzione, pertanto i servizi pubblici dovranno ritornare tutti sotto il controllo dello Stato.

Si propone pertanto l’istituzione di un Ministero Anticorruzione che automaticamente ponga sotto stretta sorveglianza fiscale tutti i politici, i pubblici amministratori, banchieri e quant’altro. Altresì verrà vietato ogni tipo di fusione tra società, banche, imprese.[39]

Ricordiamo che la perdita del potere d’acquisto rispetto al mercato nazionale sarà data non dalla svalutazione rispetto alle altre monete estere ma dall’inflazione. Pertanto l’uscita dall’euro dovrà accadere quasi di sorpresa (di venerdì sera a mercati chiusi), onde evitare la fuga incontrollata di capitali all’estero, e dopo aver avvertito poco prima dell’annuncio ufficiale gli altri Governi e la BCE, mantenendo con tutti un dialogo costruttivo.[40]

Ci potrebbe essere la necessità di gestire un’ondata di panico bancario, e la valuta nazionale dovrebbe deprezzarsi abbastanza rapidamente, in modo da scoraggiare da subito le esportazioni di capitali all’estero.[41]

La decisione avverrebbe per decreto legge immediato (da convertire in legge entro 60 giorni) e l’aver già istituito una Repubblica presidenziale in Italia favorirebbe molto l’esecuzione di questo programma.

Il cambio migliore dovrebbe essere la riconversione dell’Euro in Lira con rapporto 1:1 (un euro = una lira), che garantirebbe maggiore trasparenza (meno fregature di cambio) e anche più semplicità di gestione per i sistemi informatici bancari (la nuova Lira diverrebbe espressione della mancata ‘Lira pesante’). La preparazione di nuove banconote richiederebbe mesi e rischierebbe di vanificare l’effetto sorpresa. Bootle propone pertanto d’iniziare la stampa delle nuove banconote solo dopo l’annuncio di uscita, ma contestualmente verrebbero chiusi i bancomat in quella fine settimana per evitare i prelievi e ridefinire in nuove Lire con cambio uno a uno tutti i depositi bancari. L’alternativa può essere che lo Stato diffonda carte prepagate o emetta assegni circolari (come i famosi miniassegni), in attesa dell’assestamento.

Debiti e crediti sarebbero immediatamente riconvertiti, con minime perdite. Tanto, come sottolinea Bagnai, lo spread che stiamo pagando (al di là del ricatto politico che rappresenta) segnala che i Paesi creditori (Germania in primis) stanno già incorporando nel tasso d’interesse un premio per il rischio connesso alla svalutazione della Lira. L’evento quindi è già stato scontato dai mercati, a titolo di risarcimento anticipato, con due conseguenze: avendo già scontato il costo, i mercati non sarebbero troppo penalizzati; stiamo già pagando in anticipo il costo di uscita senza però trarne beneficio (tanto vale uscirsene davvero).[42]

Il grande beneficio, oltre all’indipendenza e alla sovranità ritrovata, sarebbe che l’impulso dato all’economia produrrebbe le risorse necessarie a onorare gli impegni dello Stato. Se uscissimo dalla trappola dell’euro, non avremmo nemmeno bisogno del risparmio estero, essendo il nostro Governo in una posizione di surplus primario (saldo primario del bilancio: l’Italia è terza, molto meglio della Germania); potendo applicare di nuovo tassi d’interesse meno onerosi; le banche sarebbero costrette a tornare ad acquistare una quota consistente del debito pubblico; le famiglie italiane sono tra le più risparmiatrici al mondo. In definitiva, gli alti tassi sono legati alla nostra permanenza nell’Euro perché gli investitori anticipano il rischio di una nostra uscita con svalutazione, e quando saremo usciti questo rischio non ci sarà più.[43]

Citando vari studi, Bagnai prevede che, dopo l’uscita, la crescita reale salga al 2%; che l’inflazione nei primi due anni sia pari al 5%; che il tasso d’interesse reale sui titoli del debito pubblico sia pari a -1% (come negli Stati Uniti o nel Regno Unito); che il 30% del fabbisogno pubblico sia finanziato con moneta; che il saldo primario sia portato in pareggio. Uscire dall’euro smontando il meccanismo perverso attivato dal divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia avrebbe un impatto molto propizio sui nostri conti pubblici e tutti ricomincerebbero a comperare i nostri titoli non appena l’Italia ricominciasse a crescere, perfino gli investitori esteri. Poiché i titoli di uno Stato italiano che avesse recuperato sovranità e ricominciato a crescere sarebbero un investimento privo di rischio.[44]

Secondo uno studio di Merrill Lynch International, l’Italia è il Paese con maggior incentivo ad uscire dall’Euro (per i motivi già ricordati) e incentiverebbe anche gli altri a uscire.[45] Tale sottrarsi al colonialismo tedesco porterebbe a ridurre i tassi d’interesse sul debito e, nell’analisi di Bagnai, l’uscita dall’Euro sarebbe sostenibile, in termini di finanza pubblica, nel breve e nel lungo periodo, quindi il Governo italiano non dovrebbe trovare difficoltà a finanziarsi sul mercato nazionale e su quello internazionale. Del resto, l’austerità non è mai una via d’uscita da una crisi debitoria.[46]

L’Euro è un modello d’integrazione disastroso e fallimentare, la cui vera vittima è l’Europa, disintegrata da una gestione imperialista, da continui tentativi di annessione, di colonizzazione, mascherati da espressioni altisonanti (cessioni di sovranità, unione politica…), capaci solo di indurre reazioni di rivolta. Riteniamo pertanto che, uscendo dall’Euro, l’Italia debba farsi promotrice di una politica estera di scambi più equilibrati e rilanciare un percorso d’integrazione per fondare le basi di un’Europa nuova, del tutto svincolata da oligarchie private di grandi gruppi bancari e industriali.

Massacrata e umiliata dalla comunità internazionale alla fine dei due conflitti mondiali, la Germania è ogni volta risorta più aggressiva di prima. Anche oggi, con l’Euro invece che con le armi. L’unico modo per metterla davvero in ginocchio è sottrarsi al suo colonialismo, lasciandola sola con il proprio fallimentare mercantilismo. Solo dopo aver contenuto i rancori storici tedeschi, senza più sopprimere umiliando, si potrà pensare a una nuova Europa, democratica e paritaria tra le diverse nazioni sovrane. Una Unione che effettui politiche di stabilizzazione macroeconomica al suo interno; che adotti cambi fluttuanti rispettando principi di simmetria; che crei un fondo monetario di aiuto per i Paesi in deficit. Solo così potrà esprimere collaborazione e non imperialismo.

 

 

[1] Bagnai, A., Il tramonto dell’euro, Imprimatur, 2013, p. 363.

[2] Ibid., p. 33.

[3] Ibid., p. 51 e segg.

[4] Ibid., p. 65.

[5] Bagnai, A., Op. cit., p. 37.

[6] Barnard, P., La Gabbia, trasmissione televisiva La7 del 24/1/14.

[7] The Euro: it can’t happen. It’s a bad idea. It won’t last. US Economist on EMU, 1989-2002.

[8] Carney, J., CNBC.com., 2011.

[9] Barnard, P., La Gabbia, trasmissione televisiva La7.

[10] Ferraro, P., Tribuna elettorale, RAI Parlamento, trasmissione televisiva Rai del 21/1/14.

[11] Ibid.

[12] Ibid.

[13] Bagnai, A., Op. cit., p. 89.

[14] Ibid., p. 100.

[15] Dornbusch, R., Euro fantasies, Foreign Affairs, vol. 75, n. 5, 1996, pp. 110-124.

[16] Feldstein, M., Emu and international conflict, Foreign Affairs, vol. 75, 1997, pp. 60-73.

[17] Krugman, P., The euro: beware of what you wish for, web.mit.edu/krugman/www/euronote.html.

[18] Kaldor, N., The dynamic Effects of the Common Market, The New Statesman, 12/3/71.

[19] Bagnai, A., Op. cit., p. 123.

[20] Ibid., p. 125.

[21] Ibid., pp. 160-161.

[22] Manasse, P., Roubini, N., Roules of thumb for sovereign debt crises, IMF Worrking Papers, 05/42, Washington (DC), 2005.

[23] Bagnai, A., Op. cit., pp. 170-171.

[24] Ibid., p. 176.

[25] Ibid., p. 180.

[26] Ibid., pp. 182-185.

[27] Ibid., pp. 256-275. In accordo alla teoria del ciclo di Frenkel, se si vuole andare in surplus estero si devono convincere i partner a indebitarsi.

[28] Ibid.

[29] Zingales, L., Se aiuto deve essere almeno sia diretto, IlSole24Ore, 21/6/2012.

[30] Bagnai, A., Op. cit., pp. 275-284.

[31] Dal programma del movimento RINASCIMENTO.

[32] Bootle, R., Leaving the euro: a practical guide, 2012, http//www.policyexchange.org.uk/component/zoo/item/wolfson-economics-prize.

[33] Bagnai, A., Op. cit., p. 287.

[34] Bootle, R., Op. cit.

[35] Sapir, J., S’il faut sortir de l’Euro…, 2011, Document de travail, Cemi-Ehess, 6/4/11.

[36] Bagnai, A., Op. cit., p. 291.

[37] Ibid., p. 297 e segg.

[38] Ibid., p. 306.

[39] Dal programma del movimento RINASCIMENTO.

[40] Ibid., p. 325 e segg.

[41] Ibid., p. 331.

[42] Ibid., pp. 349-350.

[43] Ibid., pp. 351-354.

[44] Ibid., pp. 355-356.

[45] Woo, D., Vamvakidis, A., Game theory and euro breakup risk premium, 2012, Bank of America Merrill Lynch.

[46] Bagnai, A., Op. cit., pp. 371-372.